Alessandra Polidori è ricercatrice al Forum Svizzero per lo Studio delle Migrazioni e della Popolazione (SFM) all’Università di Neuchâtel e all’nccr – on the move della stessa università e chercheuse associée al LAP de l’École des Hautes Études de Sciences Sociales di Parigi. Tra le sue ultime pubblicazioni: Choisir de partir: Récits de mobilité des jeunes en Europe (Paris 2024).
Negli anni, il percorso degli studi sui giovani si è sviluppato parallelamente all’evoluzione delle scienze umane talvolta riflettendosi nei discorsi più generali delle discipline. Ciò ha delineato un campo affascinante e ricco di stimoli capaci di alimentare dibattiti produttivi. D’altronde, questo settore delle scienze umane si occupa di un soggetto portatore di innovazione, cambiamento e sfide, ma anche di preoccupazioni e problematiche sociali.
Nella narrazione strutturata nel tempo, l’interesse per i valori, le mode, le caratteristiche dei giovani è sempre stato speculare alle apprensioni relative a ribellione, devianza, all’eccessiva presenza o all’assenza evidente dei giovani dalla scena pubblica. L’interesse stesso delle scienze sociali per i giovani si manifesta per la prima volta quando questi sfidano le pratiche di governabilità e controllo, mettendo in discussione le norme sociali e istituzionali nella Chicago degli anni Trenta quando, assumendo comportamenti considerati devianti, essi iniziano a esprimere forme di contestazione sociale che, fino a quel momento, non erano state associate alla loro fascia di età.
Questi atti di ribellione, originati da complesse dinamiche socio-culturali, rendono evidente il ruolo cruciale dei giovani come agenti di cambiamento sociale, spingendo le scienze sociali a concentrarsi maggiormente su di loro come soggetti di studio.
Negli ultimi decenni del XIX secolo, la città statunitense si era trasformata in una metropoli a seguito al boom industriale e del conseguente aumento dell’immigrazione di persone attratte dalle opportunità di lavoro. Tuttavia, questo repentino incremento demografico non fu accompagnato da politiche urbanistiche e sociali adeguate, in grado di gestire la situazione. Il carattere multiculturale del flusso migratorio, privo del sostegno di politiche mirate, determinò forme di marginalizzazione e ghettizzazione dove si innestarono facilmente devianza e criminalità. Questo fenomeno sociale divenne oggetto di studio del dipartimento di Antropologia e Sociologia dell’Università di Chicago, che incluse nelle sue analisi anche i giovani, pur concentrandosi in modo particolare su ragazzi e ragazze considerati “relitti della società”, figli di migranti e appartenenti alle classi operaie, che da soli o in gruppo sfidavano l’ordine di una società dove non si sentivano riconosciuti. La loro condizione di marginalità li spingeva a opporsi alle norme sociali vigenti, rivelando così non solo il loro malessere, ma anche il fallimento delle istituzioni nel creare un senso di appartenenza e coesione sociale.
Ciò che orientava la ricerca era principalmente l’interesse per il fenomeno della criminalità, con particolare attenzione alle motivazioni sottostanti, alle variabili che ne favorivano l’intensificazione e ai tratti permanenti che lo caratterizzavano. L’esigenza principale però non era tanto quella di approfondire la comprensione delle specificità di una fascia di età in particolare o di esplorare la condizione giovanile in modo sistematico, quanto piuttosto individuare strategie di controllo e gestione di un contesto urbano complesso, segnato da disuguaglianze sociali, marginalizzazione e devianza.