Alessandra Lucaioli è cultore della materia nelle cattedre di Filosofia politica e Filosofia dell’abitare presso l’Università di Macerata, dove nel 2017 ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia, Storia della filosofia e Scienze umane. La sua attività di ricerca si focalizza sull’impatto etico e politico delle nuove tecnologie riservando particolare attenzione alla dimensione spaziale e territoriale. Fa parte di un gruppo di ricerca e azione promosso dall’Università di Macerata e dedicato alla pratica filosofica di comunità.

Abitare

Che l’abitare sia un tratto essenziale dell’umano, in quanto modo fondamentale del suo essere al mondo, lo si apprende dalla fertile tradizione antropologica mutuata dalla riflessione fenomenologico-ermeneutica e metafisica che rimanda, attraverso differenti chiavi di lettura, a Melchiorre, Merleau-Ponty e Heidegger. L’essere umano, infatti, inerisce allo spazio e al tempo e trova nello spazio e nel tempo le proprie coordinate costitutive.

Abitare, per l’uomo, è dunque un gesto che non ha necessità di essere appreso perché già connaturato alla sua essenza, tanto più che l’osservazione delle abitudini quotidiane ci dà contezza di come l’essere umano sembri più familiare alla dimensione spaziale che a quella temporale: s’incontrano persone con l’orologio ma, assai più raramente, qualcuno con una bussola in mano!

Eppure, il vincolo costitutivo con il luogo e la familiarità con lo spazio non sono state sufficientemente messe a tema se non con l’avvento, recente, di quello che è stato chiamato spatial turn. Fino a questo momento si è assistito alla tendenza a privilegiare la dimensione del tempo su quella dello spazio.

La stessa filosofia sembra aver mantenuto ad un livello di minore intensità la riflessione sullo spazio, come del resto fece notare Michel Foucault: a suo dire, gran parte della filosofia moderna ha ricondotto il tema dello spazio o alla natura e alle determinazioni prime o al luogo di espansione di un popolo, di una lingua, di una cultura, mancando l’occasione di misurarsi con la problematica degli spazi come problema politico, come dimensione attraversata da processi che vanno «dalle grandi strategie della geopolitica fino alle piccole tattiche dell’habitat, dell’architettura istituzionale, dell’aula o dell’organizzazione ospedaliera, passando attraverso le installazioni economico-politiche».

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