L’effetto dell’albero del veleno, che rende l’anima incurabile e tutto inaridisce, è quello di scatenare una passione primordiale e furente: l’ira. Ira capace di generare comportamenti al di fuori del controllo della ragione. Ira alimentata dal peccato. Ira che, in qualità di daimòn socratico, finisce per uccidere se stessa come rappresentato in un capitello di Notre-Dame du Port a Clermont-Ferrand. Ira se occidit.
Il libro ricostruisce la storia filosofica dell’ira partendo dalle civiltà dell’onore e della vergogna dell’età classica, ovvero un lasso temporale più o meno ricompreso tra la data genericamente ascritta all’Iliade (750 a.C.) sino all’anno della conversione di Costantino (312 d.C.). Da quel momento in poi inizierà la narrazione delle civiltà della colpa, la cui epopea si protrarrà dal IV secolo d.C. sino alla Rivoluzione francese. Quindi, le logiche e i valori dell’Illuminismo, e l’avvento della società dei consumi e dell’affluenza soverchieranno quanto della passione funesta non fosse compatibile con la modernità. Infine, la progressiva e subdola catarsi dell’ira grazie alle retoriche dell’inconscio, capaci di trasformarla in un vizio pubblico, latente e rinnegato. Una catarsi come simultaneo perseguimento di sentimenti di paura e pietà, come ricercato piacere di sublimare tensioni e stimoli eccessivi dovuti a ira svuotata, ridicolizzata e inesprimibile.
“Bisogna che i nemici periscano… solo i morti non tornano indietro”. Affermazioni violente e vendicative come questa erano all’ordine del giorno durante il Regime del Terrore (1793-94), sancito dal predominio politico dei membri del Comitato di salute pubblica che introdussero misure repressive di crescente durezza, sia per gli avversari politici, sia per le fazioni controrivoluzionarie. Lo storico Donald Greer calcola 16.594 sentenze di condanna a morte, per un totale di circa 17000 morti ghigliottinati, a cui aggiungere tutte le esecuzioni senza sentenza. Se poi si considerano, come fanno alcuni, le vittime della Guerra di Vandea (1793-96), considerata la pagina più nefasta del Terrore, il bilancio dei morti sale vertiginosamente.
L’orrendo massacro non era giustificato, come ai tempi dell’Inquisizione, dall’ira di Dio e dei suoi ministri mondani, ma da un nuovo tipo di giusta ira, quella del popolo, una collera collettiva e di massa. Un furore legittimo e giustificato in quanto, e per quanto, condiviso, accomunante e connesso ad una sofferenza comune. Un moto furente e funesto della coscienza collettiva scatenato dal comportamento hybristico dell’aristocrazia francese, sprezzante ed incurante della dignità di vita del popolo.
Per rubare la suggestiva espressione di Albert Camus, il “mi rivolto, dunque siamo” dei cittadini parigini esemplificò perfettamente il possibile funzionamento delle banche terrene dell’ira.
L’emergere nel processo rivoluzionario, tra il 1792 e il 1793, di una mentalità cospirativa ossessiva, nutrita da una mescola inscindibile di fatti reali e trame immaginarie, fu tra le cause del Terrore. Non l’unica. La crisi di ogni potere costituito e l’attività controrivoluzionaria, segnata da avvenimenti clamorosi come i tradimenti dei generali La Fayette e Dumouriez, furono altre ragioni plausibili. Ci fu, ad ogni modo, un uso politico delle emozioni. Nella sfera pubblica dell’epoca, gli agitatori sociali sapevano come accendere le passioni delle masse ed utilizzavano consumate strategie retoriche volte a infiammare il popolo, inducendolo a collera ed indignazione. Un’accumulazione primaria di ira che avveniva all’interno di un preciso circuito comunicativo, a quel tempo essenzialmente costituito dalla stampa, dai pettegolezzi e dalle orazioni, urlate sui banchi dell’Assemblea nazionale, tra i tavoli dei caffè o agli angoli delle strade.
La rabbia e l’indignazione si combinarono presto con la paura, sia tra i poveri contadini che tra la dirigenza rivoluzionaria. Paura del caos, dell’invasione straniera, della vendetta monarchica, della carestia, ma, soprattutto, paura della cospirazione. La circolazione incontrollata di rapporti e la sfrenata prassi delle denunce volte a svelare “i nemici tra noi”, ossia i reazionari che indossano la maschera di patrioti, alimentò un continuo stato di allerta ed uno stile paranoico di gestione degli affari politici. I capi della rivolta cessarono quasi subito di essere dei razionali riformatori, rivelando le proprie ansie, tensioni ed inquietudini in un crescendo di atti di violenza e di rabbia. Una fragilità emozionale delle masse, e dei loro leader, che segnalava il latente sentore della immutabilità delle cose.