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Orthotes Editrice

Johann Heinrich Lambert

Disegno dell’architettonica o teoria del semplice e del primo nella conoscenza filosofica e nella conoscenza matematica

 

 

Pensare (con) Patočka oggi. Filosofia fenomenologica e filosofia della storia

Slavoj Žižek

Il resto indivisibile

Su Schelling e questioni correlate

Roberto Garaventa, Religiosità senza dogmi. Ambiguità e prospetticità delle religioni storiche

Ha senso parlare di una «religiosità» costitutiva dell’uomo? Non è forse vero che ogni singolo individuo è strutturalmente «aperto» a un «orizzonte ultimo di senso» che, nel corso della storia, è stato definito in guise diverse: Divino, Eterno, Trascendenza, Bene? Le religioni storiche con i loro messaggi soterico-redentivi non sono, al pari delle utopie sociali con i loro ideali di giustizia, tentativi storicamente e culturalmente determinati di dar corpo e figura a tale esperienza del Divino, dell’Eterno, della Trascendenza, del Bene? E non è proprio alla luce di tale «orizzonte ultimo di senso» che la realtà naturale e umana, così come la conosciamo, ci appare tragicamente segnata da una negatività radicale, da un «male metafisico» irredimibile per buona volontà umana, di cui i singoli mali fisici, morali, sociali, psico-esistenziali non sono che la concreta manifestazione? Certo è che il riconoscimento della costitutività di una «dimensione religiosa» dello spirito umano potrebbe favorire non solo un confronto più proficuo tra credenti e non-credenti impegnati nella lotta per una società più giusta e più solidale, ma altresì un dialogo autentico tra le religioni universali, di cui è necessario disinnescare le potenzialità aggressive e distruttive connesse alla pretesa «assolutistica», da loro avanzata, di possedere l’unica, vera rivelazione di Dio. Le religioni sono, infatti, fenomeni profondamente ambigui, soprattutto laddove non accettano di riconoscere la prospetticità della loro verità (il fatto, cioè, che la loro rispettiva immagine di Dio è solo una «traccia» o una «cifra» della Trascendenza) e non operano decisamente in controtendenza rispetto alla logica crudele, impietosa ed egoistica del mondo.

Roberto Garaventa, Religiosità senza dogmi. Ambiguità e prospetticità delle religioni storiche, Orthotes Editrice, Napoli 2012, 304 pp., 17 euro (collana: Studia Humaniora)

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Slavoj Žižek, Il resto indivisibile. Su Schelling e questioni correlate

L'elemento distintivo delle grandi opere del pensiero materialista, dal De rerum natura di Lucrezio, attraverso Il Capitale, e fino agli scritti di Lacan, è il loro carattere incompleto. I frammenti di Le età del mondo di Schelling appartengono a questa stessa categoria, con il loro reiterato tentativo di formulare un "inizio del mondo" come passaggio da un universo pre-simbolico del Reale, caratterizzato dal movimento rotatorio delle pulsioni, all'universo del logos. F.W.J. Schelling, idealista tedesco troppo a lungo vissuto all'ombra di Kant e Hegel, è stato il primo filosofo ad aver elaborato i motivi post-idealisti della finitudine, della contingenza e della temporalità. Il suo originale lavoro preannuncia sia la critica di Marx all'idealismo speculativo, sia la nozione propriamente freudiana di pulsione, cioè di impulso cieco alla ripetizione che mai può essere superato nel medium ideale (e simbolico) del linguaggio. Il resto indivisibile è una dettagliata analisi delle due opere in cui Schelling ha raggiunto l'apice della sua audacia speculativa, le Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà umana e le bozze di Le età del mondo, esaminate in un serrato confronto con il pensiero di Hegel e lette attraverso gli strumenti di decifrazione concettuale messi a disposizione dalla teoria psicoanalitica di Lacan.

Slavoj Žižek, Il resto indivisibile. Su Schelling e questioni correlate, a cura di Diego Giordano, Orthotes Editrice, Napoli 2012, 292 pp., 17 euro (collana: Dialectica)

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Bernard Stiegler, Reincantare il mondo. Il valore spirito contro il populismo industriale

Reincantare il mondo incrocia coraggiosamente teorie diverse, come il processo di individuazione di Simondon, la psicanalisi freudiana, certi aspetti della fenomenologia di Husserl, la grammatologia di Derrida e le riflessioni foucaultiane sugli hypomnémata, al fine di promuovere il valore spirito e contrastare il populismo industriale – ossia la dissociazione e la captazione dell'attenzione divenute sistema. Grazie a queste coordinate, Stiegler disegna una filosofia e un pensiero che devono ritornare ad essere forti, in un certo senso più del “pensiero forte”. Per l'autore di questo libro, infatti, il reincanto del mondo è la costruzione di un'alternativa all'esito più nefasto del disincanto del mondo descritto da Max Weber. Se il disincanto del mondo è l'espressione del predominio delle logiche di efficienza e produttività, e si poggia sulla convinzione che tutti i fenomeni possano essere dominati dalla ragione, abbandonando perciò ogni riferimento a elementi magici, metafisici o religiosi, per Stiegler tale disincanto si è rivelato sempre più nocivo a misura della costante e pressoché illimitata ipertrofia delle nuove tecnologie, veicolata da un capitalismo ormai palesemente tossico. Di fronte a ciò, piuttosto che opporsi al divenire tecnologico, si rende necessario «un nuovo progetto industriale che bisogna inventare e che miri a intensificare la singolarità in quanto incalcolabile, socializzando dei dati che non possano essere ridotti a oggetti di un mero calcolo economico. Si tratta di inventare l'industria del calcolo che impedisca di calcolare (sul)le esistenze – ma inventarla con gli strumenti digitali. Si tratta, in effetti, di reincantare il mondo, ossia di edificare i modi di sussistenza e di esistenza che sostengono l'altro piano, il piano delle consistenze, che è quello del canto – il canto di quelle Sirene senza le quali non c'è nulla».

Bernard Stiegler [Ars Industrialis], Reincantare il mondo. Il valore spirito contro il populismo industriale, a cura di Paolo Vignola, Orthotes Editrice, Napoli 2012, 184 pp., 16 euro (collana: Dialectica)

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Mauro Carbone & Caterina Croce (cur.), Pensare (con) Patočka oggi. Filosofia fenomenologica e filosofia della storia

«È ancora necessario, oggi in Italia, sforzarsi di sottolineare l’importanza e l’attualità del pensiero di Jan Patočka?» – si chiede Mauro Carbone presentando questo volume. Se la risposta non può che essere affermativa, i testi raccolti in questo libro cercano di argomentarla ripercorrendo i due versanti della ricerca patočkiana: da una parte, la sua filosofia fenomenologica che, combinando elementi di derivazione heideggeriana e husserliana, formula in modo inedito i rapporti tra mondo naturale e divenire storico, tra genesi dell’io e condivisione di un mondo in comune, tra l’apparire come orizzonte della totalità ed esistenza umana come esperienza della finitezza; dall’altra, il filone etico e politico della riflessione di Jan Patočka, capace di tenere insieme la ricerca genealogica di un’origine – la cura dell’anima nell’antica Grecia – con l’annuncio profetico di un tempo a venire – un’epoca posteuropea di interdipendenza planetaria. I contributi qui proposti danno conto delle ambivalenze del pensiero patočkiano e delle tensioni produttive che esso genera entrando in risonanza con altre voci della filosofia contemporanea: non solo Husserl e Heidegger, ma anche Ricoeur, Derrida, Jünger, Lyotard, fino all’americana Judith Butler.

Contributi di: Mauro Carbone, Ivan Chvatík, Caterina Croce, Giuseppe Di Salvatore, Giuseppe Fornari, Maurizio Guerri, Karel Novotný, Paolo Perticari, Camilla Rocca, Roberta Sofi

Mauro Carbone & Caterina Croce (cur.), Pensare (con) Patočka oggi. Filosofia fenomenologica e filosofia della storia, Orthotes Editrice, Napoli 2012, 226 pp., 18 euro (collana: Studia Humaniora)

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Giuseppe Rensi, Frammenti d'una filosofia dell'errore e del dolore, del male e della morte

Frammenti d'una filosofia dell'errore e del dolore, del male e della morte è l'ultimo dei sei libri in cui Rensi rompe con i consueti moduli sistematico-trattatistici dell'esposizione filosofica e adotta lo stile del pensiero breve. Questo “formato” è caratterizzato da una duttilità che esalta le grandi doti di scrittore e anche di affabulatore di Rensi. Lo vediamo così svariare da illuminanti interpretazioni di alcuni fra i “luoghi” più classici della filosofia occidentale, a penetranti “bozzetti” paranarrativi o storici che toccano le aporie della condizione umana con una sensibilità degna di Pascal o di Leopardi. Ma non è per fare una più bella figura che Rensi opta per il pensiero breve. Piuttosto, uno spazio testuale come quello di Frammenti, continuamente interrotto e quasi cosparso di frantumi, gli deve essere parso il più idoneo a rispecchiare il disgraziato assetto ontologico e assiologico del mondo, che Rensi vede-giudica posto sotto il segno dell'assurdo, del caso e della violenza. Come traspare già dal titolo, Frammenti è appunto una variazione sul tema di questa dolorosa certezza. Ma si tratta di una “rapsodia del negativo” che non ingenera nel lettore accasciamento, bensì quasi paradossalmente produce su di lui un effetto tonificante per via dell'intensità e della fortissima carica etica d'indignazione con cui Rensi conduce la sua requisitoria contro il male.

Giuseppe Rensi, Frammenti d'una filosofia dell'errore e del dolore, del male e della morte, a cura di Marco Fortunato, Orthotes Editrice, Napoli 2011, 162 pp., 15 euro (collana: Italiana)

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