Orthotes

Gabriele Balbi  
Cecilia Winterhalter

Antiche Novità
Una guida transdisciplinare
per interpretare il vecchio e il nuovo


Giuseppe Rensi

Le ragioni dell'irrazionalismo

 


Marco Focchi

L'inconscio in classe

Il piacere di capire 
e quel che lo guasta

Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani

La pubblicazione di Mille piani, nel 1980, è da considerarsi un evento del linguaggio e del pensiero, scioccante nel colpire e impercettibile nella sua azione trasformatrice, che ancora oggi continua ad agire sui corpi, individuali e collettivi. Come ogni evento, è dovuto scorrere del tempo – e forse altro ne passerà – perché la densità e la centralità dei temi di quest'opera venissero recepiti in tutta la loro importanza. Le scosse telluriche prodotte da questa «geologia della morale» riguardano svariati ambiti della relazione tra sapere, potere e desiderio, tanto nel campo umanistico, quanto in quello scientifico, economico e politico. L’episteme della tradizione – storica, politica, coloniale, patriarcale – viene colpita implacabilmente dal fuoco amico delle macchine da guerra filosofiche. E tra le fiamme delle immagini dogmatiche del pensiero, un rigoglio incantevole di suoni, luci, brezze, piante rizomatiche, vespe e orchidee, sciamani e animali di ogni sorta, esprime la complicità con un «popolo che manca», una comunità in divenire appena tratteggiata, che fa delle differenze e delle minoranze il cemento del domani. Per queste e altre ragioni Mille piani è un’opera filosofica ancora in grado di diagnosticare il nostro tempo, ma anche l’arsenale teorico che può riscaldare questi «anni d’inverno», iniziati in concomitanza con la sua pubblicazione e culminanti nella concretizzazione delle «società di controllo», illuminare a giorno la crisi ecologica ed economica che umilia il mondo intero, e far saltare in aria la marea di stupidità, fascismi e pulsioni di dominio che impoveriscono le nostre vite.

Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani, a cura di Paolo Vignola, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 738 pp., 30 euro (collana: Dialectica)

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Jacques Rancière, Aisthesis. Scene del regime estetico dell’arte

Che cosa intendiamo oggi quando parliamo di arte? Con Aisthesis, Jacques Rancière esplora alcuni momenti cruciali, celebri o dimenticati, che hanno modificato profondamente le categorie interpretative e le pratiche artistiche dell’età moderna, definendo l’attuale regime estetico dell’arte. Lo stupore di Winckelmann di fronte al Torso del Belvedere, una visita di Hegel al museo, una serata trascorsa da Mallarmé alle Folies Bergère, una conferenza di Emerson, una mostra a Parigi o uno spettacolo a Mosca, ma anche l’avvento del cinema e oscuri reportage letterari sui braccianti dell’Alabama: quattordici scene, dalla Dresda del 1764 alla New York del 1941, per raccontare come una statua mutilata possa diventare un’opera perfetta, un mendicante sporco la raffigurazione dell’ideale, un mobile un tempio, una scala un personaggio, le circonvoluzioni di un velo una cosmogonia e il montaggio frenetico dei gesti la realizzazione estetica di un principio di uguaglianza. Smarcandosi dalle ricostruzioni ideologiche ed epocali del Novecento, Aisthesis traccia una controstoria della modernità artistica in cui riemerge un dialogo sotterraneo e a lungo perduto tra l’arte e l’orizzonte comune della vita sensibile.

Jacques Rancière, Aisthesis. Scene del regime estetico dell’arte, a cura di Pietro Terzi, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 316 pp., 20 euro (collana: Dialectica)

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Maurice Merleau-Ponty, L'unione dell'anima e del corpo

Nel 1947 Maurice Merleau-Ponty, all’epoca nemmeno quarantenne ma già affermato filosofo, viene incaricato di preparare gli studenti dell’École Normale Supérieure e dell’Università di Lione al difficile esame dell’agrégation. Oggetto d’esame sono le filosofie di Malebranche, Biran e Bergson. Merleau-Ponty decide di collegare queste tre diverse esperienze di pensiero alla luce di uno dei suoi maggiori interessi del momento: l’unione dell’anima e del corpo. Un tema centrale per riuscire a superare quei dualismi che ci impediscono di cogliere l’integralità del nostro essere al mondo. Dagli appunti degli uditori del corso verrà fuori questo libro, pubblicato soltanto anni dopo la morte di Merleau-Ponty. La minuziosa lettura di Malebranche, Biran e Bergson sviluppata in queste pagine non risponde solo a un compito accademico, non si limita a una "spiegazione" degli autori, ma rappresenta il tentativo di attraversarli per sviluppare una propria posizione. Così Merleau-Ponty ci offre un bellissimo esempio di come vadano letti i filosofi, di come possano essere interpretati attraverso il loro “non-pensato”, di come la comunicazione e il pensiero si producano attraverso i residui, gli scarti, e quegli abbozzi che spetta a ognuno di noi ricominciare e completare.

Maurice Merleau-Ponty, L'unione dell'anima e del corpo, a cura di Salvatore Prinzi, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 178 pp., 18 euro (collana: Dialectica)

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Martin Heidegger, Heinrich Rickert, Carteggio (1912-1933) e altri documenti

Il carteggio fra Martin Heidegger e Heinrich Rickert pubblicato qui per la prima volta in traduzione italiana contiene 43 lettere. Nella prima, del 13 dicembre 1912, lo studente Heidegger si scusa per la sua assenza ad un seminario di Rickert. L’ultima del 29 maggio 1933 è una lettera d’auguri di Rickert al nuovo Rettore dell’Università di Friburgo. Uno scambio epistolare che riguarda un’ampia e importante parte del percorso di vita e di pensiero di Heidegger e che ci aiuta a colmare alcune lacune nella sua biografia, gettando nuova luce sui suoi rapporti con la Chiesa Cattolica, con l’Università di Friburgo e con la filosofia dei primi anni del Novecento: non solo con il suo maestro e interlocutore Rickert, ma anche con Finke, Krebs, Husserl, Troeltsch, Lask e Jaspers. Oltre alle lettere, sono pubblicati nel volume anche otto documenti, fra cui la relazione di Heidegger, Domanda e giudizio, tenuta nel 1915 all’interno di un seminario di Rickert, e il giudizio di Rickert sulla tesi di abilitazione di Heidegger La dottrina della categorie e del giudizio di Duns Scoto.

Martin Heidegger, Heinrich Rickert, Carteggio (1912-1933) e altri documenti, a cura di Anna Donise e Anna Pia Ruoppo, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 168 pp., 20 euro (collana: Germanica)

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Charles-Ferdinand Ramuz, Ricordi di Igor Stravinskij

Pubblicati nel 1929, una decina d’anni dopo l'incontro con Stravinskij, questi Ricordi sono una lunga dichiarazione d’amore di Ramuz per il territorio vodese, riscoperto e apprezzato attraverso l’amicizia con Stravinskij, e una profonda riflessione sull’arte e sul dialogo tra uomini – prima che artisti – provenienti da mondi tra loro lontanissimi ma capaci di riconoscersi nelle rispettive necessità espressive. La lingua di Ramuz è aspra, inaudita, così come la musica di Stravinskij. Nelle pagine di questi Souvenirs, per la prima volta tradotti in italiano, il lettore avrà il privilegio di assistere alla genesi di una delle opere più innovative del primo Novecento: l’Histoire du soldat.

Charles-Ferdinand Ramuz, Ricordi di Igor Stravinskij, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 130 pp., 13 euro (collana: Ricercare)

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Rocco Ronchi, Bertolt Brecht

Brecht assegna al teatro epico un compito rigorosamente filosofico. Il metodo dello straniamento è infatti un dispositivo che vuole produrre una forma collettiva di veggenza. In modo fedele al dettato platonico, l'ambizione brechtiana è costruire sulla scena un terzo occhio artificiale capace di attingere il “reale” che scorre impercepito al di sotto del “mondo”. Il dispositivo teatrale brechtiano perfeziona e integra i due altri dispositivi che nella modernità sono stati montati per rendere possibile un realismo “perturbante”: il dispositivo prospettico e il dispositivo fotografico.

Rocco Ronchi, Bertolt Brecht, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 140 pp., 16 euro (collana: Sillabario)

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Gilbert Simondon, Sulla tecnica

A quali condizioni la tecnica può essere promotrice di vero progresso per l’umanità? Non si può comprendere la vita sociale senza la sua dimensione tecnica, così come gli sviluppi della tecnica (positivi o negativi) non sono indipendenti dai fattori psicosociologici. I testi riuniti in questo libro aiutano a comprendere in che modo, dall’educazione alla pubblicità e alla cultura in generale, sia possibile pensare la dimensione tecnica della società senza ridurla ad una fonte di alienazione. Un vero approccio psicosociologico dà agli uomini la possibilità di non essere schiavi dello sviluppo tecnico, ma, grazie ad una rinnovata relazione con gli esseri tecnici, di sentirsi a proprio agio nel mondo attuale. Trattando i diversi aspetti del rapporto dell’uomo con la tecnica e con il mondo, Gilbert Simondon mette in evidenza il senso autentico della tecnica: quello di essere, per l’uomo, la vera mediazione con la natura, il metaxu tra l’uomo e il mondo.

Gilbert Simondon, Sulla tecnica, a cura di Antonio Stefano Caridi, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 422 pp., 23 euro (collana: Dialectica)

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Edmund Husserl, Meditazioni cartesiane

Quod vitae sectabor iter? Questi versi iniziali di una poesia di Ausonio sognava di leggere Cartesio, per poi, nel medesimo sogno, essere deviato verso un’altra composizione dello stesso poeta: Est et non. La questione riguardo a ciò che è e a ciò che non è può dunque essere considerata intimamente legata a quella relativa all’itinerario da seguire nella vita. È questa, in effetti, la prospettiva più adeguata per leggere e comprendere le qui nuovamente tradotte meditazioni cartesiane di Husserl. Scritte in gran parte sulla base di conferenze tenute a Parigi nel 1929, pubblicate in traduzione francese nel 1931, ma solo post mortem in tedesco nel 1950, le Meditazioni cartesiane costituiscono una delle più celebrate, commentate, interpretate e fraintese opere di Husserl. Per molti aspetti la più “agile” introduzione al suo progetto filosofico, esse esigono lettori che sappiano farsi carico dell’evidenza e delle conseguenze dell’evidenza del proprio pensiero per condursi in una vita il cui senso concreto emergerà come per essenza realizzato e da realizzarsi in un mondo comune.

Edmund Husserl, Meditazioni cartesiane, a cura di Andrea Altobrando, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 202 pp., 18 euro (collana: Germanica)

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Marco Iannucci, La libertà umana nell'Etica di Spinoza

In quest'opera Marco Iannucci ripercorre la lacerante genesi dell'Etica di Spinoza cercando di donarle una seconda vita. La volontà di capire il senso alto dell'esistenza – attraverso il pensiero di Spinoza – dà ragione di una fatica interpretativa che conferisce nuova forza al capolavoro del filosofo olandese. I temi di fondo in cui si articola il saggio riguardano: l’aspirazione alla libertà, intesa come accettazione della necessità e conseguita solo con una lunga pratica e disciplina di pensiero; il perseguimento di una saggezza che assicuri il distacco dalle passioni 'passive' o 'inadeguate'; la via di una felicità solo interiore, unita alla consapevolezza che per Spinoza non esiste un male in sé, ma solo rispetto all’altro. Questi elementi confermano che quella di Spinoza è prima di tutto un'etica della libertà, perseguita con la potenza dell’intelletto, che si esercita a selezionare le idee adeguate da quelle inadeguate.

Marco Iannucci, La libertà umana nell'Etica di Spinoza, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 212 pp., 18 euro (collana: Studia Humaniora)

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Francesca Marin, Bioetica di fine vita. La distinzione tra uccidere e lasciar morire

Scegliendo come fil rouge la distinzione uccidere/ lasciar morire (the killing/letting die distinction), il volume affronta le principali problematiche del fine vita. Nello specifico, l’autrice si chiede se abbia senso distinguere l’uccidere dal lasciar morire oppure se il provocare la morte di un paziente (per esempio attraverso la somministrazione di sostanze letali) e il lasciarlo morire (mediante il mancato avvio o la sospensione di un trattamento di sostegno vitale) siano da considerarsi delle azioni moralmente equivalenti. Il testo prende le distanze da due posizioni molto nette che sono tra loro opposte. Da un lato infatti si rifiuta la tesi secondo la quale uccidere e lasciar morire sarebbero degli atti moralmente equivalenti perché danno luogo alle medesime conseguenze (la morte altrui); dall’altro si ritiene che non sia neppure giustificata la tesi della sussistenza di una differenza morale assoluta, che renderebbe sempre illecito l’uccidere e sempre lecito il lasciar morire. Oltre a ciò, viene infine difesa una posizione definibile come intermedia perché si assegna alla killing/letting die distinction una rilevanza morale che non è né insignificante né assoluta. A riguardo, viene suggerito un approccio articolato e innovativo che, pur riprendendo quelle caratteristiche moralmente significative tra uccidere e lasciar morire già individuate dalla riflessione etico-filosofica e dal dibattito bioetico, indaga in maniera più approfondita i diversi significati del letting die. Da questo punto di vista merita di essere segnalata la differenza tra il lasciar morire colpevole rispetto al lasciar morire per il bene del paziente. Vengono valorizzati così i vari elementi del contesto clinico nonché i diversi aspetti dell’agire morale ed emergono la molteplicità e la variabilità delle problematiche etiche e deontologiche che caratterizzano le decisioni di fine vita.

Francesca Marin, Bioetica di fine vita. La distinzione tra uccidere e lasciar morire, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 232 pp., 23 euro (collana: Ethica)

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